giovedì, novembre 19, 2009
Giulio Cavalli è un attore teatrale che si districa in modo eccellente tra i temi della mafia, che lo ha condannato a morte costringendolo a vivere sotto scorta dopo lo spettacolo «Do ut des» in cui ridicolizzava cosa nostra e i suoi riti, e il grande teatro civile impegnato nella ricerca della verità di cui il nostro Paese molte volte rimane orfano. L'altra sera al teatro Camploy è stata la volta del disastro di Linate, raccontato dall'attore nello spettacolo «Linate. 8 ottobre 2001: la strage», scritto a quattro mani con Fabrizio Tummolillo e arrangiato dalle musiche di Davide Savarè. Uno spettacolo nato grazie alla collaborazione di oltre 20 comuni, tra i quali Verona, che cerca di far luce sull'abnorme tragedia che è costata la vita a 114 passeggeri, tra i quali anche un veronese, e a quattro addetti allo smistamento bagagli al lavoro nel deposito centrato in pieno dal boeing. Una narrazione divisa in due tronconi paralleli: da una parte la fiaba raccontata da nonno Cleto, dell'avioporto di Bengodi, un paese di fantasia che celebrava il suo nuovo porto aereo fatto in fretta e furia da abitanti quali «Lustramarmitte» e «Culodigomma», all'insegna dell'approssimazione e delle leggerezze burocratiche. Dall'altra metà del palco invece l'incubo reale, la tragedia vissuta nei suoi momenti immediatamente precedenti. Cavalli da giullare si fa ora pilota, ora controllore del traffico aereo, ora pompiere in quella mattina in cui la nebbia non consentiva di vedere oltre 100 metri e in cui l'unico mezzo per vedere dall'alto, il radar di terra che in tutti gli aeroporti del mondo segue gli spostamenti degli aereomobili sulla pista, era un ammasso di ferraglia tenuto assieme da semplice spago. E allora eccolo seguire il piccolo Cessna che per errore si immette nella corsia di rullaggio sbagliata, tradito dalla segnaletica insufficiente e che allo stesso momento dava lo stop e il via libera. Poi, con un balzo attraverso le cuffie, lo troviamo sull'altro aereo, quello maestoso, il boeing della Scandinavian Airline diretto a Copenaghen, che mentre sta per prendere il volo verso il cielo plumbeo si trova il piccolo velivolo fermo sulla pista, in perfetta rotta di collisione. Poi l'urto, l'incendio e lo schianto fatale contro il toboga; uno scenario di cui i controllori si accorgono solo dopo mezz'ora l'impatto, in virtù della più totale confusione ed imbarazzante impreparazione. Negli stessi momenti a Bengodi nonno Cleto e «Maria faccia da stria» brindavano all'inaugurazione dell'avioporto, ma i professori che avevano dato il via libera, per sicurezza tornano indietro in treno. E dopo una breve, ultima immersione tra gli atti processuali, l'attore che da circa sei anni deve guardarsi le spalle dai mafiosi offre al pubblico, tra cui sedeva anche il presidente del Comitato 8 Ottobre, Paolo Pettinaroli, la triste verità: a pagare per quelle negligenze e assurde superficialità sono stati solo quei 118 corpi straziati. Per il resto, dopo otto anni, ancora e solo nebbia.
lunedì, novembre 16, 2009
Arrivo del boss Raccuglia alla Squadra Mobile
Nelle riprese degli amici di Fascio e Martello, Carmelo e Francesca, l'esultanza dei ragazzi di Addio Pizzo all'arrivo del perdente Raccuglia alla Squadra Mobile.
sabato, novembre 14, 2009
martedì, novembre 10, 2009
Premio Borsellino, terza e ultima (si spera) analisi
Ora che si è concluso il cosiddetto Premio Nazionale Paolo Borsellino, si possono fare due-tre pensieri in libertà circa l'evento di quest'anno e quelli degli anni passati. Molto si è detto e molto si è scritto, e nonostante il pericoloso tentativo di far passare come mafiosi o comunisti quelli che lo criticavano, siamo riusciti a far circolare informazioni, a riflettere e a mettere alla berlina quei personaggi che mai avrebbero pensato essere messi in discussione in virtù dell'antimafially correct. Noi, gente comune e semplice, non abbiamo dogmi nè entità inviolabili, e ciò che ci distingue dagli altri è proprio il dire sempre quello che si pensa, che si tratti del presidente della Repubblica o che si tratti dell'organizzatore di un premio. Si parla, di discute. Mai ci siamo menati, mai abbiamo minacciato qualcuno. Peraltro, viste le nostre facce, nessuno avrebbe paura. Per dare una opinione sul Premio Borsellino serve informarsi, andare indietro negli anni, vedere gli orientamenti e i mutamenti sviluppati nel corso degli anni. L'impressione di un evento pensato e realizzato solo ed unicamente per accreditarsi ora verso quello ora verso quell'altro personaggio o associazione, è forte. Con la lista degli invitati di quest'anno, gli organizzatori sono riusciti a far indignare i familiari, badate, non il familiare, del magistrato cui il premio è dedicato, che pare serbino grosse perplessità sulla possibilità di continuare a realizzare l'evento nel nome del loro congiunto. Loro, gli organizzatori, hanno lasciato dire la peggiore blasfemia al più grande fallimento della logopedia internazionale, Maurizio Gasparri, senza che nessuno lo cacciasse e gli facesse rimangiare quella parole indecenti. Nessuno degli organizzatori ha espresso la propria solidarietà a Salvatore Borsellino, l'unico vero ferito di questa kermesse. E pensate che in un colpo solo, nel premio del 1996, "Lo Stato contro la Mafia", gli organizzatori sono riusciti a premiare Nicola Mancino, allora Presidente del Senato, e Luciano Violante, Presidente della Camera; proprio i due protagonisti smemorati dei contatti e degli abboccamenti relativi alla trattativa con cosa nostra. A loro si aggiunge naturalmente il premiato 2005, Pietro Grasso, Procuratore Nazionale Antimafia per il quale la trattativa salvò la vita di molti ministri. Questo si che è fiuto investigativo e sesto senso da parte degli organizzatori. Sul leit motiv dell'aggressione al coordinatore, Leo Nodari, ancora nessuna novità. Certo chi ama la legalità e la trasparenza, per fugare ogni dubbio avrebbe fornito un identikit dell'aggressore e avrebbe chiesto che subito si accertasse la matrice del fattaccio. Molti denunciano alcune inquietanti incongruenze, quali le presupposte ferite che insanguinano il fazzoletto portato alla testa, che poi magicamente spariscono o si rimarginano. Questo non ho potuto verificarlo di persona e lo lascio ai referti che sicuramente saranno resi pubblici. Altri fanno notare come in occasione di un'altra manifestazione, in cui oltre a Sonia Alfano e Luigi De Magistris partecipava anche Leo Nodari, è apparsa una scritta di minacce di morte indirizzata anche a Nodari. Eventi o aggressioni pensati quasi per attirare l'attenzione, accendere riflettori. Anche qui, qualunque idea sarebbe priva di fondamento pratico. Ciò che è incontestabile è il deprecabile livello raggiunto dalla manifestazione che porta il nome di un magistrato che mai avrebbe avuto a che fare con alcuni degli illustri invitati. L'interrogativo che ci si pone ora è: che sia l'ultimo anno nel nome di Borsellino, per i mal di pancia dei parenti del giudice, e che quella del prossimo anno sia dedicata, magari, proprio a Nodari o a Gasparri?venerdì, novembre 06, 2009
Io (intanto) do fiducia a Massimo Ciancimino
Che quello che dice Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, debba essere verificato non una ma cento volte, questo è dovere e lavoro dei magistrati con cui sta collaborando. Che la prudenza debba accompagnare ogni sua dichiarazione, è un imperativo. Ieri, il figlio del braccio politico corleonese, ha confermato che a tradire Salvatore Riina fu Bernardo Provenzano per prendere il controllo di cosa nostra e per trattare l'inabissamento della mafia con lo Stato. Secondo Ciancimino, il capitano dei Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo con la speranza che don Vito fornisse elementi per catturare Riina. Pare che poi Ciancimino senior tramite il figlio la fece avere a Provenzano, che la restituì con alcuni punti segnati e uno di questi era proprio Villa Bernini. Una verità, sospettata da molti e da anni, che dimostrerebbe come l'arresto del capo dei capi in realtà sia stata poco più di una messa in scena dei Ros poi spacciata come brillante cattura. Per fortuna oggi, più che l'arresto, è passata alla storia la seguente e sconvolgente mancata perquisizione del covo del boss, del tutto idonea all'idea di do ut des: noi vi diamo Riina, voi mollate la presa. Leggere però oggi le dichiarazioni del colonnello dei Carabinieri Sergio De Caprio, mi lascia abbastanza perplesso e mi fa sorridere: "Ciancimino è uno dei tanti servi di Riina. Infatti è chiaramente falso che Riina sia stato arrestato in seguito alle dichiarazioni di Bernardo Provenzano. Ma la cosa più grave è che ci sia qualcuno all'interno delle istituzioni che legittima questo servo di Riina. Questo significa evidentemente che i servi di Riina sono anche all'interno delle Istituzioni e certamente non sono il generale Mori e il capitano De Donno: forse sono gli stessi che hanno isolato e delegittimato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino". Specifico subito, onde evitare confusione, che se proprio vogliamo dirlo, ad essere indagato per favoreggiamento alla mafia non fu Massimo Ciancimino, ma lo stesso Capitano Ultimo, seppur poi assolto non perchè innocente ma perchè perché "il fatto non costituisce reato". E dico pure che parlare di "servo" potrebbe essere controproducente. Non è stato Massimo Ciancimino ad obbedire e a condividere un ordine scellerato e senza senso per qualunque investigatore, ossia non perquisire la residenza di chi hai appena arrestato: se ti fermano con qualche grammo di droga, prima che tu possa respirare le forze dell'ordine stanno già prequisendo casa tua. Nel caso dell'arresto del capo assoluto di cosa nostra questo non valse. E allora addio documenti, impronte ed elementi fondamentali per le indagini. Se un servo c'è stato, io guarderei altrove. Basterebbe o sarebbe bastato che De Caprio si fosse ricordato del grande carabiniere che fu e che probabilmente è, del cacciatore di mafiosi che tutti riconoscono come uno dei migliori; sarebbe bastato dire semplicemente di aver eseguito degli ordini incomprensibili e osceni. Non farne virtù, non cercare di convincere l'Italia che così doveva essere. Una dichiarazione, quella di oggi, che gli ha fruttato una querela sporta in giornata dal figlio di Ciancimino, affinchè non passi la logica che siccome lui è figlio di un mafioso, ognuno può dire quello che vuole. Grazie a lui oggi molte cose sono più chiare e molte altre lo saranno a breve, e le mie mani si stanno sfregando da tempo. Sempre con il beneficio del dubbio, sia chiaro. In ultimo mi chiedo se i "servi all'interno delle istituzioni che ascoltano Ciancimino", di cui parla De Caprio, siano proprio Di Matteo e Ingroia. E' a loro che Ultimo si riferisce quando dice che avrebbero delegittimato ed isolato Falcone e Borsellino? Se è così saremmo curiosi di conoscenre nomi e cognomi: un uomo dell'Arma non dovrebbe parlare con mezze parole, non dovrebbe fare il corvo, ma essere coerente e affermare fino in fondo quel che pensa o quel che sa. Sennò rischia che le parole rivolte a Ciancimino gli si spalmino addosso.giovedì, novembre 05, 2009
mercoledì, novembre 04, 2009
Premio Borsellino, analisi n.2: Gasparri si becca la querela
Quello raffigurato accanto è Maurizio Gasparri, presidente al Senato del gruppo Pdl. No, non è Neri Marcorè e la foto non è stata ritoccata. E' proprio così, anzi, pare che sia venuto abbastanza bene. Quest'uomo, o quello che ne resta, ha avuto l'ardire, lo scorso 2 novembre di affermare, con l'educazione che contraddistingue galantuomini come lui, ad una ragazza, Lea Del Greco, che gentilmente gli chiedeva di accettare le dieci domande che gli poneva il Popolo delle Agende Rosse, quanto segue: "Salvatore Borsellino era disistimato dal fratello, lei non lo sa perchè è giovane". Un attimo prima, la sua guardia del corpo, dipendente del sottoscritto e di voi altri che leggete, aveva democraticamente accartocciato il volantino. Una dichiarazione vergognosa e infamante, che solo da bocche di rosa quali quella di Gasparri poteva uscire. Salvatore Borsellino, con tranquillità e forza d'animo invidiabile, ha raccolto articoli e video e ha dato mandato al suo legale, Fabio Repici, di sporgere una querela nei confronti di Marcorè, o di Gasparri, si insomma, contro quello vero. Il fratello di Borsellino, che a quanto dicono i parenti aveva con Paolo un rapporto di stima e di affetto straordinario, si è augurato che Gasparri non si avvalga della immunità parlamentare e risponda in aula della blasfemia detta in nome di chi oggi non c'è più e non può mandarlo a zappare i fertili terreni abruzzesi. Non mi risulta che gli organizzatori del Premio Borsellino, travolti emotivamente dall'aggressione a Nodari (che ha dichiarato "l'educazione consiste anche nel capire da che parte si sta quando una persona viene ferita in nome di Paolo Borsellino e quando invece una persona cerca di ricordare l'immagine, le idee e soprattutto il sacrificio di Paolo Borsellino". Ma non avevano urlato "servo dei fascisti"? Che c'entra Borsellino?), abbiano preso le distanze da quanto detto dal diversamente bello senatore Pdl ed espresso solidarietà a Salvatore. Chi invece ha reagito subito è stata Libera Pescara, che ha chiesto che venga rimosso ogni riferimento e ogni logo dell'associazione dall'ambito del premio: "prendiamo le distanze dall’atteggiamento di chi continua a considerare la lotta alle mafie un pretesto per dare vita a passerelle di personaggi la cui storia personale ed istituzionale non presenta nessun elemento di sostegno alla lotta per la legalità e la trasparenza". E, in ultimo, la clamorosa rinuncia di Gioacchino Genchi a presenziare ad un incontro nell'ambito del premio: "La mia coerenza di uomo e di servitore dello Stato, il rigore che ho sempre imposto a tutte le mie scelte di vita e professionali, oltre alla determinazione con cui ho sempre rifiutato compromessi con chi fa dileggio della Verità, mi impongono di non partecipare ad un evento al quale ha preso parte uno come Gasparri ed a cui avrebbe dovuto presenziare – come ho pure appreso solo ieri – finanche Clemente Mastella". Non c'è che dire: bilancio di tutto rispetto per il premio di quest'anno.AGGIORNAMENTO DELLE 13: Anche Leoluca Orlando, dopo aver letto la missiva di Gioacchino Genchi, ha deciso di annullare l'incontro a cui doveva partecipare nell'ambito del premio















